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IL
MITO DI FETONTE
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Nelle fonti
letterarie e storiografiche più antiche è pressoché concorde la
collocazione della mitica vicenda nell'Eridano, ed Eridano, almeno a
partire dal V secolo a.C., è il possente fiume che sfocia nell'Adriatico
settentrionale con un ampio delta. Nella "Teogonia" esiodea
Fetonte è lo splendido figlio di Aurora e di Cefalo ma, in un altro poema
minore, attribuito allo stesso Esiodo, si rinviene la prima
rappresentazione che si conosca della leggenda e qui Fetonte è figlio di
Elio. Per l'autore di "Le opere e i giorni" l'Eridano è il
fiume "dai profondi vortici", che scorre nell'estremo nord, ai
confini del mondo dove abita la "schiatta degli Iperborei valenti a
cavallo, che la Terra nutrice dai molti pascoli aveva generato molto
numerosi, lungi presso le correnti precipitose dell'Eridano dal letto
profondo" (Esiodo, catalogo fr. 150 M-W traduzione di Alberto Grilli
in "Padusa", 2-3-4, Rovigo, 1973, 63). Ma Erodoto, nelle
"Storie" (Erodoto, Storie, III, 115, traduzione di Giuseppe
Metrì, Novara, 1962), pur confessando di non disporre di notizie sicure
sulle regioni delle "estremità occidentali dell'Europa"
respinge l'indicazione geografica di Esiodo. Nell'"Ippolito" di
Euripide, invece, l'Eridano è il fiume dell'Alto Adriatico e le sue foci
il teatro della tragedia:
Vorrei levarmi a volo
sull'onda marina
fino alla spiaggia adriatica
e all'acqua del fiume Eridano,
dove nel flutto impetuoso le giovinette infelici
figlie del Sole stillano
per la misera sorte di Fetonte
lacrime in goccia di ambra fulgente
La favola narra di Fetonte
che, tormentato dal dubbio, insinuatogli da Epafo, di non essere figlio
del Sole, volle affrontare il presunto genitore per conoscere la verità
sulle sue origini. Il Sole, avvolto in una veste purpurea, sedeva sopra un
tronco sfavillante di smeraldi: a destra e a sinistra erano i giorni, i
mesi, gli anni, i secoli, le ore separate da eguali intervalli; e la
Primavera adorna di corone di fiori, l'Estate con ghirlande di spighe,
l'Autunno carico di uva pigiata e il gelido Inverno con la sua chioma
irsuta e candida. Avvedutosi del giovane figlio, il Sole lo invitò a
spiegare le ragioni della sua inconsueta presenza e Fetonte rispose.
Deposti i raggi che splendevano intorno al suo capo, il padre sollecitò
allora Fetonte ad avvicinarsi, lo abbracciò e lo liberò dall'affanno sui
suoi natali. Poi lo esortò a chiedergli qualunque dono e gli promise
solennemente che l'avrebbe avuto. Il figlio non ebbe esitazioni: guidare
per un giorno il cocchio paterno. Il Sole al primo istante trasalì e,
pentito della promessa fatta, cercò di dissuadere il figlio dal guidare
il cocchio per gli spazi siderali. Ma invano. Alla fine, dopo avere a
lungo indugiato, condusse il giovane verso il carro che Vulcano aveva
costruito con l'oro e le gemme incastonate nel giogo. Aurora dal limpido
oriente aprì gli atrii ornati di rose: le stelle fuggirono, la Terra
rosseggiò e la falce della Luna svanì. Allora Titano ordinò alle Ore di
aggiogare i cavalli fiammeggianti e sazi di ambrosia.
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Il Sole unse di
sacri unguenti il volto del figlio perché potesse sopportare le fiamme,
gli coronò la chioma di raggi e l'implorò di non salire troppo in alto
nel cielo, di non scendere troppo in basso verso la terra. Il giovane,
spiccato un balzo sul carro, impugnò le briglie e guizzò nel cielo. I
cavalli, sentendo il carico più leggero del consueto, corsero
all'impazzata: Fetonte abbandonò i freni e perse il cammino: il cocchio
s'arroventò, arsero foreste e montagne e fu così che la gente etiope
assunse il colore nero della pelle, la Libia divenne arida, il fiume Nilo
fuggì atterrito all'estremità del globo e nascose il capo, da allora
invisibile ai mortali. Infine Zeus, per salvare l'universo dalla rovina e
punire l'incauto cocchiere, vibrò un fulmine sul carro e Fetonte in
fiamme s'inabissò nell'Eridano. Straziato dal dolore, il padre nascose il
volto offuscato e un giorno intero trascorse senza sole. Le Eliadi, sorelle
dell'infelice giovane, piansero sconsolate in riva al fiume e, quando
cercarono di avvicinarsi fra loro quasi per farsi coraggio e innalzare una
comune preghiera, sentirono nel loro corpo consumarsi un prodigio: i piedi
si irrigidivano, radici e tronchi di pioppo le avvincevano alla terra, i
capelli si convertivano in fronde e le braccia in rami, una corteccia
cingeva i fianchi, il ventre il seno, le spalle e le mani. Le loro
lacrime, distillate dai rami recenti, si tramutavano al sole in ambra che
l'Eridano raccoglieva e trascinava nella sua corsa verso il mare.
All'orribile scena assistette anche Cigno, re dei popoli liguri e signore
di grandi città, legato a Fetonte da vincoli di sangue e di amicizia. I
suoi lamenti riempirono le rive dell'Eridano e la selva dei pioppi in cui
le Eliadi si erano trasformate, finché la voce si affievolì, candide
piume gli coprirono la chioma e i fianchi, il collo si allungò, una
membrana gli congiunse le dita divenute rubizze e la bocca si mutò in un
rostro arrotondato. Da quel giorno Cigno, temendo il fuoco e preferendo le
acque che possono spegnere le fiamme, vive sugli stagni e sui laghi.
Tratto da
"Il Delta del Po natura e civiltà" di G. Ceruti, Signum
edizioni
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