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venerdì 9 maggio 2008

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  IL MITO DI FETONTE
 

Nelle fonti letterarie e storiografiche più antiche è pressoché concorde la collocazione della mitica vicenda nell'Eridano, ed Eridano, almeno a partire dal V secolo a.C., è il possente fiume che sfocia nell'Adriatico settentrionale con un ampio delta. Nella "Teogonia" esiodea Fetonte è lo splendido figlio di Aurora e di Cefalo ma, in un altro poema minore, attribuito allo stesso Esiodo, si rinviene la prima rappresentazione che si conosca della leggenda e qui Fetonte è figlio di Elio. Per l'autore di "Le opere e i giorni" l'Eridano è il fiume "dai profondi vortici", che scorre nell'estremo nord, ai confini del mondo dove abita la "schiatta degli Iperborei valenti a cavallo, che la Terra nutrice dai molti pascoli aveva generato molto numerosi, lungi presso le correnti precipitose dell'Eridano dal letto profondo" (Esiodo, catalogo fr. 150 M-W traduzione di Alberto Grilli in "Padusa", 2-3-4, Rovigo, 1973, 63). Ma Erodoto, nelle "Storie" (Erodoto, Storie, III, 115, traduzione di Giuseppe Metrì, Novara, 1962), pur confessando di non disporre di notizie sicure sulle regioni delle "estremità occidentali dell'Europa" respinge l'indicazione geografica di Esiodo. Nell'"Ippolito" di Euripide, invece, l'Eridano è il fiume dell'Alto Adriatico e le sue foci il teatro della tragedia:

Vorrei levarmi a volo sull'onda marina
fino alla spiaggia adriatica
e all'acqua del fiume Eridano,
dove nel flutto impetuoso le giovinette infelici
figlie del Sole stillano
per la misera sorte di Fetonte
lacrime in goccia di ambra fulgente

La favola narra di Fetonte che, tormentato dal dubbio, insinuatogli da Epafo, di non essere figlio del Sole, volle affrontare il presunto genitore per conoscere la verità sulle sue origini. Il Sole, avvolto in una veste purpurea, sedeva sopra un tronco sfavillante di smeraldi: a destra e a sinistra erano i giorni, i mesi, gli anni, i secoli, le ore separate da eguali intervalli; e la Primavera adorna di corone di fiori, l'Estate con ghirlande di spighe, l'Autunno carico di uva pigiata e il gelido Inverno con la sua chioma irsuta e candida. Avvedutosi del giovane figlio, il Sole lo invitò a spiegare le ragioni della sua inconsueta presenza e Fetonte rispose. Deposti i raggi che splendevano intorno al suo capo, il padre sollecitò allora Fetonte ad avvicinarsi, lo abbracciò e lo liberò dall'affanno sui suoi natali. Poi lo esortò a chiedergli qualunque dono e gli promise solennemente che l'avrebbe avuto. Il figlio non ebbe esitazioni: guidare per un giorno il cocchio paterno. Il Sole al primo istante trasalì e, pentito della promessa fatta, cercò di dissuadere il figlio dal guidare il cocchio per gli spazi siderali. Ma invano. Alla fine, dopo avere a lungo indugiato, condusse il giovane verso il carro che Vulcano aveva costruito con l'oro e le gemme incastonate nel giogo. Aurora dal limpido oriente aprì gli atrii ornati di rose: le stelle fuggirono, la Terra rosseggiò e la falce della Luna svanì. Allora Titano ordinò alle Ore di aggiogare i cavalli fiammeggianti e sazi di ambrosia. 
 

TRADIZIONI

  Gastronomia

 

 

 
Il Sole unse di sacri unguenti il volto del figlio perché potesse sopportare le fiamme, gli coronò la chioma di raggi e l'implorò di non salire troppo in alto nel cielo, di non scendere troppo in basso verso la terra. Il giovane, spiccato un balzo sul carro, impugnò le briglie e guizzò nel cielo. I cavalli, sentendo il carico più leggero del consueto, corsero all'impazzata: Fetonte abbandonò i freni e perse il cammino: il cocchio s'arroventò, arsero foreste e montagne e fu così che la gente etiope assunse il colore nero della pelle, la Libia divenne arida, il fiume Nilo fuggì atterrito all'estremità del globo e nascose il capo, da allora invisibile ai mortali. Infine Zeus, per salvare l'universo dalla rovina e punire l'incauto cocchiere, vibrò un fulmine sul carro e Fetonte in fiamme s'inabissò nell'Eridano. Straziato dal dolore, il padre nascose il volto offuscato e un giorno intero trascorse senza sole. Le Eliadi, sorelle dell'infelice giovane, piansero sconsolate in riva al fiume e, quando cercarono di avvicinarsi fra loro quasi per farsi coraggio e innalzare una comune preghiera, sentirono nel loro corpo consumarsi un prodigio: i piedi si irrigidivano, radici e tronchi di pioppo le avvincevano alla terra, i capelli si convertivano in fronde e le braccia in rami, una corteccia cingeva i fianchi, il ventre il seno, le spalle e le mani. Le loro lacrime, distillate dai rami recenti, si tramutavano al sole in ambra che l'Eridano raccoglieva e trascinava nella sua corsa verso il mare. All'orribile scena assistette anche Cigno, re dei popoli liguri e signore di grandi città, legato a Fetonte da vincoli di sangue e di amicizia. I suoi lamenti riempirono le rive dell'Eridano e la selva dei pioppi in cui le Eliadi si erano trasformate, finché la voce si affievolì, candide piume gli coprirono la chioma e i fianchi, il collo si allungò, una membrana gli congiunse le dita divenute rubizze e la bocca si mutò in un rostro arrotondato. Da quel giorno Cigno, temendo il fuoco e preferendo le acque che possono spegnere le fiamme, vive sugli stagni e sui laghi.

Tratto da "Il Delta del Po natura e civiltà" di G. Ceruti, Signum edizioni

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